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LE 5 RAGIONI DELLA PACE

Ieri mi domandavo se era possibile evitare una guerra in Libia per combattere l’ISIS. Che da lì minaccia l’Italia.

Per formazione, per scelta, ho sempre sostenuto che ci deve essere un’alternativa alla guerra, ma la strana forma dell’ISIS, che non è uno Stato (anche se si definisce così), non ha organismi diplomatici, non ha confini, se non quelli che si prende con la forza, la stranezza insomma di questa formazione, rende oggettivamente difficile la via diplomatica.

Oggi, ad un’analisi più attenta, possiamo sostenere che non c’è alternativa alla pace.

Ecco le (almeno) 5 buone ragioni per far partire subito, subito, un processo diplomatico e non violento per uscire dalla crisi libica, rischiosissima per noi.

1) LA GUERRA FAREBBE PIU’ DANNI

E’ opinione comune di molti osservatori. La presenza di soldati in Libia, anche sotto l’egida ONU, compatterebbe contro, quella galassia informe di milizie di cui oggi è impastato il Paese. L’intervento militare non porterebbe sollievo, aumenterebbe il caos, la violenza, le morti innocenti e l’odio antioccidentale.  Ha scritto Lucio Caracciolo, direttore di Limes: “Una campagna militare di crociati e apostati: al-Baghdadi non potrebbe chiedere di più”.

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DIBATTITO: QUESTA VOLTA POSSIAMO DIRE NO ALLA GUERRA?

Per la prima volta la nostra generazione ha un nemico che minaccia l’invasione territoriale.

Noi che da bambini credevamo che la guerra fosse una cosa del passato, che non ci avrebbe mai riguardato, e che invece poi l’abbiamo vissuta a partire da quella del Golfo (1990), ma sempre come un fatto che riguardava gli altri, oggi ci troviamo ad usare un lessico che abbiamo imparato a scuola ma per la storia.

“L’Isis è a Sirte”. “L’Isis punta su Misurata”. “Minacce dell’Isis: siamo a sud di Roma”.”Chiusa l’ambasciata italiana a Tripoli”: “Italiani in fuga”.

Ed è vero. Fuggiamo anche noi ora. Come i profughi che Salvini dice di lasciare in mare. Senza carrette, noi, ma in fuga.

Nella bella intervista di Romano Prodi, ieri, a Rainews24, rilancia la via diplomatica e quella della pace. Lo ringrazio. Sono le parole che dal 1990 a oggi ho sempre detto anch’io.

Ma questa volta, senza trasformarmi in guerrafondaio, non ho le certezza del passato. E mi domando: con chi la facciamo l’azione diplomatica? Con la Libia, che non esiste? Con l’Isis? E come si parla con l’Isis? E così, mentre la somma di errori di questi decenni ci ha portato a questo punto, per la prima volta in vita mia, mi ritrovo faccia a faccia con la necessità della guerra. E non mi piace. E siccome la guerra la faranno coetanei miei, con figli piccoli come me, e le bombe cadranno su civili innocenti, per giunta poveri e già allo stremo, mi ripeto che no, la guerra no.

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MAYAT, 17 ANNI: “IO, PRIGIONIERA DELL’ISIS”

Devo confessarvi che mi trovo davanti a notizie che mi sembrano arrivare dai secoli più bui della storia.

Ad esempio, prendete l’ISIS che vuole fondare lo Stato islamico, aggiungeteci che tra i tanti abomini, cerca di cancellare dalla faccia della Terra gli Yazidi, una minoranza di lingua curda.  Amnesty International lancia in queste ore un allarme soprattutto in riferimento alla condizione delle ragazze rapite ma l’allarme cade nel vuoto.

Io qui lo rilancio e pubblico due storie che mi lasciano senza fiato.

MAYAT: PRIGIONIERA A 17 ANNI

Parla Mayat, una ragazzina prigioniera dell’ISIS.

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Dove vive?

«In una grande casa, saremmo una quarantina di ragazze. La prego non scriva il mio nome, perché sono così imbarazzata per ciò che m’infliggono. Una parte di me vorrebbe morire. Ma un’altra parte spera ancora di salvarsi e di poter riabbracciare i genitori. E’ così che vado avanti».

Cosa vi fanno?

«Abusano di noi. I nostri aguzzini non risparmiano neanche quelle che hanno un figlio piccolo con loro. E non salvano neppure le bambine: alcune non hanno compiuto neanche 13 anni. Loro sono quelle che reagiscono peggio a questo schifo. Ce ne sono alcune che hanno smesso di parlare. Una s’è strappata i capelli e l’hanno portata via».

Dove avvengono le violenze?

«All’ultimo piano della casa. Ci sono tre stanze per le violenze. Le stanze degli orrori. Ci trattano come se fossimo le loro schiave. Ci stuprano anche tre volte al giorno».

Chi sono i vostri stupratori?

«Non lo so. Alcuni sono vecchi, altri giovani. Alcuni sono vestiti come dei militari, altri indossano gli abiti degli arabi, altri ancora sono persone apparentemente normalissime. La notte, anche i nostri carcerieri ci saltano addosso. Veniamo date in pasto a uomini sempre diversi. Alcuni arrivano addirittura dalla Siria. Ci minacciano e ci picchiano quando tentiamo di resistere. Spesso vorrei che mi picchiassero abbastanza forte da uccidermi. Ma sono dei vigliacchi anche in questo: nessuno ha il coraggio di mettere fine al nostro supplizio.

Vorrei che gli americani si sbrighino a farli fuori tutti, o che mi centrino con una loro bomba, perché io non so quanto resisterò. Hanno già ucciso il mio corpo. Stanno uccidendo anche la mia anima».

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Io, un obiettore

ObiezioneLe parole del Papa ieri («Tutto si perde con la guerra. Tutto si guadagna con la pace») mi hanno fatto ricordare qualche anno fa, quando in Italia c’era il servizio militare ed io feci una scelta che ancora oggi rivendico: obiezione di coscienza.

Piuttosto che passare un anno a giocare con le armi in qualche caserma d’Italia, dovendo regalare un anno allo Stato, preferii mettermi a disposizione per qualcosa di buono. E passai un anno al carcere minorile. Servizio civile sostitutivo. Continua la lettura di Io, un obiettore