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PALMIRA, IL RITORNO DELLA CIVILTA’

AL TERMINE DEL POST IL CONCERTO INTEGRALE

Bisogna riconoscere al presidente russo Vladimir Putin una sapienza comunicativa degna di Hollywood, se a poche settimane dalla liberazione dell’area archeologica siriana di Palmira, danneggiata dall’Isis, è stato capace di portare proprio lì l’orchestra filarmonica del teatro Marinski di San Pietroburgo per un concerto di musica classica.

Palmira concerto

C’erano musicisti, pubblico, le telecamere del canale di Stato russo che hanno garantito una lunga diretta, e poi, non visti, elicotteri e forze di terra che presidiavano la zona, con un nervosismo per niente tipico dei concerti dove si suona Bach o Prokofiev.

Le immagini sono meravigliose, dicono una sola cosa: il ritorno della civiltà. Punto. C’è poco da dire.Palmira concerto2

Con un di più: questa volta il simbolo superava il simbolismo. In occidente ci siamo specializzati in simboli e segni dopo le tragedie: marce, corse, nastri, la nostra (piccola) risposta è ormai affidata a cose così, banalità che impegnano poco ma danno l’idea di una (sofferta) partecipazione. Di concerti “per” la pace e “contro” la guerra se ne fanno anche da noi. A Palmira però c’era il dato reale, l’occupazione fisica del luogo simbolo della barbarie del sedicente stato islamico. Occupare con la musica Palmira è stato faticoso, rischioso, ma estremamente affascinante e significativo.

Colpisce accostare le due foto: quella di pochi mesi fa, con le esecuzioni operate in quel teatro all’aperto dall’Isis e quella del concerto. Le esecuzioni sul palco, il concerto sotto il palco.

palmira ieri e oggi

L’orrore e la meraviglia, nello stesso luogo, a distanza di pochi mesi.

Ecco la diretta integrale del concerto.

NADIA, CHE HA CONOSCIUTO L’ISIS

Mi ha molto colpito la storia di Nadia, 22 anni, rapita dall’Isis.

Le hanno ucciso la mamma, 6 fratelli e i nipoti davanti agli occhi; l’hanno rapita e violentata (nel video sotto è lei a raccontare la sua tragedia), è stata una schiava per tre mesi, poi nel novembre 2014, è riuscita a fuggire.

Mi colpisce la sua storia e mi atterrisce la sua denuncia: ci sono 3.500 (3.500!) donne  rapite e schiave dell’Isis.

1.200 (1.200!) bambini rapiti per fare i soldati.

Nadia Murad
Nadia Murad

I popoli che arrivano ai nostri confini sono loro o persone come loro. Le storie sono queste.

Fuggire o finire rapiti o uccisi.

Nadia, che è una yazida, cioè appartiene ad un popolo antico, pacifico e tollerante che vive in Iraq, ha parlato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre scorso. E in questi giorni è stata ospitata a Milano dal Festival dei diritti umani.

Dice Nadia in un’intervista che l’Europa non può chiudere le frontiere a chi fugge dalle guerre. Spiega che capisce la paura, specie dopo gli attentati in Francia e Belgio, ma l’Europa è una speranza troppo grande per chi cerca la libertà e in nome della sua storia non può tradire né questa speranza né il bisogno di libertà.

Osservo questa ragazza giovanissima e sola, che ha scelto la battaglia più difficile: raccontare quello che le hanno fatto e che ha visto, per fermare un genocidio.

In Europa (e in America) siamo abituati a celebrare le date della storia, a ripetere: “Mai più!“, davanti alle pagine più nere.

Ma è vergognoso che davanti ad una tragedia in atto, non abbiamo parole e non sappiamo trovare gesti significativi.

LE 5 RAGIONI DELLA PACE

Ieri mi domandavo se era possibile evitare una guerra in Libia per combattere l’ISIS. Che da lì minaccia l’Italia.

Per formazione, per scelta, ho sempre sostenuto che ci deve essere un’alternativa alla guerra, ma la strana forma dell’ISIS, che non è uno Stato (anche se si definisce così), non ha organismi diplomatici, non ha confini, se non quelli che si prende con la forza, la stranezza insomma di questa formazione, rende oggettivamente difficile la via diplomatica.

Oggi, ad un’analisi più attenta, possiamo sostenere che non c’è alternativa alla pace.

Ecco le (almeno) 5 buone ragioni per far partire subito, subito, un processo diplomatico e non violento per uscire dalla crisi libica, rischiosissima per noi.

1) LA GUERRA FAREBBE PIU’ DANNI

E’ opinione comune di molti osservatori. La presenza di soldati in Libia, anche sotto l’egida ONU, compatterebbe contro, quella galassia informe di milizie di cui oggi è impastato il Paese. L’intervento militare non porterebbe sollievo, aumenterebbe il caos, la violenza, le morti innocenti e l’odio antioccidentale.  Ha scritto Lucio Caracciolo, direttore di Limes: “Una campagna militare di crociati e apostati: al-Baghdadi non potrebbe chiedere di più”.

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DIBATTITO: QUESTA VOLTA POSSIAMO DIRE NO ALLA GUERRA?

Per la prima volta la nostra generazione ha un nemico che minaccia l’invasione territoriale.

Noi che da bambini credevamo che la guerra fosse una cosa del passato, che non ci avrebbe mai riguardato, e che invece poi l’abbiamo vissuta a partire da quella del Golfo (1990), ma sempre come un fatto che riguardava gli altri, oggi ci troviamo ad usare un lessico che abbiamo imparato a scuola ma per la storia.

“L’Isis è a Sirte”. “L’Isis punta su Misurata”. “Minacce dell’Isis: siamo a sud di Roma”.”Chiusa l’ambasciata italiana a Tripoli”: “Italiani in fuga”.

Ed è vero. Fuggiamo anche noi ora. Come i profughi che Salvini dice di lasciare in mare. Senza carrette, noi, ma in fuga.

Nella bella intervista di Romano Prodi, ieri, a Rainews24, rilancia la via diplomatica e quella della pace. Lo ringrazio. Sono le parole che dal 1990 a oggi ho sempre detto anch’io.

Ma questa volta, senza trasformarmi in guerrafondaio, non ho le certezza del passato. E mi domando: con chi la facciamo l’azione diplomatica? Con la Libia, che non esiste? Con l’Isis? E come si parla con l’Isis? E così, mentre la somma di errori di questi decenni ci ha portato a questo punto, per la prima volta in vita mia, mi ritrovo faccia a faccia con la necessità della guerra. E non mi piace. E siccome la guerra la faranno coetanei miei, con figli piccoli come me, e le bombe cadranno su civili innocenti, per giunta poveri e già allo stremo, mi ripeto che no, la guerra no.

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