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Selezione di articoli di Rosario Carello pubblicati sulla stampa

Da cosa il Papa non si dimette

Su A Sua Immagine Settimanale ora in edicola, c’è un mio articolo. Lo ripropongo qui –

ECCO DA COSA IL PAPA NON SI DIMETTE

I diritti d’autore dei suoi libri? Mai intascati. E poi c’è quel “fioretto del silenzio”. Vi racconto episodi della vita di Ratzinger che non conoscete.

Il giorno in cui uscirà questo numero è lo stesso in cui il Papa salirà a bordo di un elicottero per scomparire in una vita di preghiera.

Io spero che questa vita non sia claustrale, spero di rivederlo, di leggere ancora i suoi libri, spero che la voce più autorevole che la teologia cattolica abbia avuto negli ultimi 30 anni, l’intellettuale più profetico, più lucido e per questo più attaccato degli ultimi decenni, continui a coltivare il dono della parola per il bene della Chiesa e del mondo.

Lo spero, mentre vedo assottigliarsi il fronte dei critici di Ratzinger, completamente conquistati da questo gesto delle dimissioni, inconsueto e scandaloso perché siamo abituati a gente che s’incatena alle poltrone, altro che lasciarle.

E un po’ sorrido perché gli applausi arrivano sempre a tempo scaduto: almeno per i Papi è così.

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Il prossimo Papa si chiamera’ Francesco

Papa

Nei giorni scorsi ho pubblicato sul sito dell’Azione Cattolica Italiana, questo articolo che ripropongo qui. – 

Il prossimo Papa si chiamerà Francesco. Avrà quel vigore del corpo e dell’animo che Joseph Ratzinger dice di non avere più.

Il prossimo Papa custodirà attentamente la voce di Dio che gli parlerà con solo sei parole: «Va’ e ripara la mia chiesa!».

Il prossimo Papa si affaccerà su piazza San Pietro conoscendo a memoria l’urlo di Ratzinger: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui» (2005). «Purtroppo il “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa» (2009). «Abbiamo visto che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario e abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato?» (2012).

Il prossimo Papa avrà una devozione, se l’espressione si può usare nei rapporti umani, per il suo predecessore. Spezzerà con la durezza dello sguardo i consigli curiali di chi vorrebbe convincerlo che sia bene convincere l’Emerito a lasciare il Vaticano.

Il prossimo Papa saprà che la sua vera banca non è lo Ior ma proprio l’Emerito, cuore orante nel cuore pulsante del Vaticano (ricordate S. Teresa di Lisieux?).

Il prossimo Papa chiederà a Ratzinger consigli, sperimentando con questa diarchia dei fatti un embrione di collegialità del papato, che poi certamente evolverà in forme più complesse, come tutti hanno sempre invocato, ma diciamo la verità, non sapevamo nemmeno da dove cominciare.

Il prossimo Papa riformerà la Curia? Sì, per non esserne riformato. Saprà che è «affaticata e stanca», perché lo ha detto Ratzinger, ma lo capirà da solo e subito.

Il prossimo Papa sarà più libero di Ratzinger perché Ratzinger si è già preso, come un parafulmine, il peso di tutti i paragoni e i paralleli possibili con il carisma personale di Wojtyla.

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Chiese blindate e nuovi martiri

Il mio articolo uscito oggi su Avvenire – 

Luccica l’arma davanti alla cattedrale di Rawalpindi, tre milioni di abitanti nella provincia del Punjab. Dentro è stracolma dei nuovi schiavi, i cristiani poveri e impoveriti. Fuori, le guardie armate. Lo scenario è incredibile. Il legno della croce di Gesù s’incrocia con il ferro delle armi. Nessuno le vuole usare e nessuno le vuole vedere, ma fuori dalle chiese pachistane uomini corpulenti, con i fucili in mano, hanno preso il posto delle statue dei santi, tanto ormai è vietato anche solo pensare di poterle collocare.

 

È il governo a mandare questi buttafuori della fede. Il rischio è che qualche fanatico si faccia saltare in chiesa con una bomba. Non che al governo importi molto dei cristiani, vittime quotidiane di soprusi e ingiustizie, ma è meglio evitare “incidenti” davanti al mondo. E se non è il governo sono i parroci a convocare le “guardie del corpo” della Messa e di ogni domenica che Dio manda in terra, guardie attente ad ogni fedele.

Se è sconosciuto o se è sospetto non entra. «Stai fuori, amico, vai a pregare lontano da qui, meglio un fedele fuori che un terrorista dentro». I cristiani del Pakistan sono i nuovi “martiri”. In un Paese distrutto moralmente ed economicamente.

 

Ce lo spiegano due donne, due religiose di una congregazione domenicana internazionale, suor Agostina e suor Alberta. Il racconto è drammatico: «I cristiani lavorano nei latifondi dei proprietari musulmani, costretti a vivere in 20 in stanze da 2 metri per 5. Non possono uscire dalle fattorie e non hanno giorni di vacanza. I loro figli non vanno a scuola perché i padroni non vogliono, così lavorano anche loro. Paga bassissima, quando ce l’hanno. Se si ammala un bambino e servono altri soldi per le medicine, il padrone fa un prestito ma a tassi da usura, e con questa scusa i padri lavoreranno gratis per anni».

 

Liberarli è difficilissimo. La Caritas ci ha provato ma sono zone molte vaste, arrivare dappertutto è complicato e poi i padroni non mollano l’osso: se c’è un debito, va pagato e se il debito non c’è, gli schiavi si comportano come canarini in gabbia: non vogliono uscire senza la certezza di un altro tetto e di un altro lavoro, che ovviamente non c’è. Dietro questa violenza c’è una teoria: noi, musulmani, siamo nati per dominare. I cristiani sono in tutti i sensi i più poveri dei poveri, minoranza tra le minoranze.

 

A volte, per la mancanza di sacerdoti, capita di attendere un anno per vederne uno, un anno per partecipare alla Messa. Un anno per avere l’unica consolazione che non dipende dall’uomo e che è gratis: l’Eucaristia. Nelle città non va meglio: quando i musulmani notano che una famiglia cristiana, dopo tanti sacrifici, comincia a mettere da parte qualcosa, trovano una scusa per farla cadere.

 

Basta poco: nella spazzatura di un tizio hanno detto di aver scovato un giornale che parlava di Maometto, e per la legge sulla blasfemia, che punisce ogni critica al profeta, è stato arrestato. Che reato è un foglio nella spazzatura? «Però lo diventa – mi conferma suor Agostina – e se anche non è vero, la parola di un cristiano contro quella di un musulmano non vale nulla. Poi per essere liberati ci vogliono soldi, il Pakistan è un Paese molto corrotto, ed ecco che un’intera famiglia finisce sul lastrico, ovviamente se è cattolica, altrimenti è salva. Noi siamo considerati impuri e viviamo sulla nostra pelle un razzismo acido, può capitare che ti chiedano di uscire da una stanza o di alzarti da un divano perché non vogliono starti vicino».

 

«Ho visto con i miei occhi – prosegue d’un fiato – un barista buttare tra i rifiuti una tazza da the dopo che l’aveva usata un cristiano. Hanno ucciso un ragazzo perché aveva toccato il Corano con le mani sporche. Capisci? Ucciso. E un altro è in carcere perché a scuola ha sbagliato a scrivere gli accenti, e un aggettivo, accanto al nome di Maometto, è diventato offensivo: è in galera da quando aveva 13 anni. Le nostre donne, che fanno lavori in casa, sono abusate e picchiate e il governo non fa nulla. Non abbiamo diritti: è vietata la conversione al cristianesimo, ma quella alla religione musulmana è incentivata con i soldi e con la violenza. Le scuole sono a pagamento, tranne quelle governative che sono musulmane».

 

Questo è il Paese di Asia Bibi e di Shahbaz Bhatti. Ma è qui che sta avvenendo un miracolo, per cui un giorno un intero popolo sarà chiamato santo: vessati, umiliati, uccisi, non pagati, i cristiani del Pakistan non reagiscono. Una popolazione che è minoranza, fatta di semplici e di analfabeti, sta scrivendo la più esemplare pagina di Vangelo dei nostri giorni.

 

Dice suor Alberta: «L’altra domenica la cattedrale di Rawalpindi era stracolma di gente che cantava i salmi prima dell’inizio della Messa. Si riuniscono anche in casa per cantarli: “Proteggimi, Signore, dalle mani dei malvagi, salvami dall’uomo violento: tramano per farmi cadere”. È il salmo della fiducia, la preghiera nel pericolo. Sentono Cristo veramente vicino».

 

E suor Agostina: «È difficile da far comprendere a chi pensa a Dio come ad un essere distante, che invece è vicino e condivide con noi la sofferenza: è il compito di questi fratelli. I cristiani del Pakistan sanno di vivere il venerdì santo della loro storia, ma attendono la Pasqua. Sono certi che arriverà e per questo sono maestri di fede per noi».

 

Il paradosso è che le scuole cattoliche, benché non siano finanziate dal governo e dunque siano a pagamento, sono frequentate per lo più da musulmani, perché sono le migliori. La gente della strada, non i ricchi, ha sempre amato i cristiani perché sono onesti, responsabili e buoni.

 

La situazione si è incattivita con la guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre. Così una minoranza di poveri cristiani, alla periferia di ogni impero, è diventata il simbolo di tutti i poteri forti occidentali. Ma i cristiani, discriminati, non discriminano: alcune suore a Karachi hanno costruito una struttura per bambini disabili e la maggior parte sono musulmani. «Le famiglie – spiega suor Agostina – sono grate ed è questo atteggiamento che piano piano convertirà i cuori più duri». Quel giorno sarà la Pasqua dei nuovi martiri.

 L’articolo si trova qui